Primarie lunghe
In Iowa si vede chi parte bene, ma c’è chi aspetta la sorpresa a metà corsa
Con il caucus dell’Iowa di oggi inizia formalmente il processo di selezione del candidato repubblicano che a novembre sfiderà Barack Obama. Dalle tempeste sondaggistiche che negli ultimi mesi si sono abbattute sul mondo repubblicano esce intatto soltanto Mitt Romney, il candidato più ricco e solido, l’unico che ha un grafico di gradimento che disegna una linea quasi retta. Quelli altrui sono una specie di elettrocardiogramma nel quale però le repentine salite e discese non corrispondono necessariamente a un’effettiva vitalità politica. Leggi I repubblicani alla ricerca di un anti Obama credibile
9 AGO 20

Con il caucus dell’Iowa di oggi inizia formalmente il processo di selezione del candidato repubblicano che a novembre sfiderà Barack Obama. Dalle tempeste sondaggistiche che negli ultimi mesi si sono abbattute sul mondo repubblicano esce intatto soltanto Mitt Romney, il candidato più ricco e solido, l’unico che ha un grafico di gradimento che disegna una linea quasi retta. Quelli altrui sono una specie di elettrocardiogramma nel quale però le repentine salite e discese non corrispondono necessariamente a un’effettiva vitalità politica. Anzi, i dati delle consultazioni dicono che ad avere il raccolto più ricco sarà probabilmente il mietitore paziente, non quello che vive di fugaci fiammate.
Che Romney sia un passo avanti anche in Iowa, lo stato dei pastori evangelici, dei maiali e degli Slipknot – non proprio un ambiente prono a un banchiere mormone di cultura new englander – lo dice anche il più territoriale e affidabile dei sondaggi, quello del Des Moines Register, lo stesso che nel 2008 dava vincitore il religioso e minoritario Mike Huckabee nel caucus che apre la danza delle primarie. A seguire ci sono il libertario pazzotico Ron Paul e il redivivo Rick Santorum, l’ennesimo candidato a godere di un’inaspettata fortuna dopo le impennate repentine di Rick Perry prima e Newt Gingrich poi.
Benché il caucus dell’Iowa contenga un plusvalore simbolico, il problema dei conservatori va oltre l’appuntamento di Des Moines. Per questo diversi analisti, dai repubblicani classici della National Review ai neocon del Weekly Standard, hanno riesumato l’eventualità non comune della “brokered convention”, la convention negoziata dove il candidato del partito viene scelto non dopo aver ottenuto sul campo la maggioranza dei delegati – quelli chiamati a votare il 30 agosto a Tampa, in Florida – ma grazie a una trattativa che avviene proprio nei giorni estivi della convention. “E’ improbabile, ma non assurdo” dice al Foglio il direttore del Center for Politics alla University of Virginia, Larry Sabato, con una sintesi che la dice lunga sullo stato di confusione del Gop.
Che la corsa che si apre oggi assomigli più a una maratona che a uno sprint è scritto nel sistema proporzionale che i repubblicani adottano per la prima volta in diversi stati. Specialmente nella prima fase delle primarie, il candidato che si aggiudica la maggioranza dei voti di uno stato non riceverà automaticamente l’intero numero dei delegati in palio, ma una quota proporzionale alle preferenze, cosa che contribuirà ad allungare la sfida. L’eventualità è che tale assetto favorisca una divisione dei delegati fra più di due candidati, cosa che potrebbe impedire a un singolo (in questo caso Romney) di arrivare a Tampa con almeno i 1.144 delegati regolari che servono per vincere. In questo conto ci sono anche i 132 superdelegati, figure nominate per merito e il cui voto non è legato agli esiti delle primarie. Nella storia americana la brokered convention non è una novità nemmeno dopo il 1912, l’anno in cui il sistema delle primarie ha ricevuto la più consistente benedizione nazionale. Franklin Delano Roosevelt è stato nominato candidato al termine di una brokered convention, così come lo sono stati Thomas Dewey e Adlai Stevenson.
Alla convention del 1976 il Partito repubblicano si è presentato senza un candidato nominato per via elettorale e soltanto un errore strategico di Reagan nella scelta del vicepresidente ha salvato Gerald Ford dall’apertura del mercato per ottenere i delegati mancanti. La corsa lunga e lo spettro di una convention che si apre senza un candidato è lo scenario che tiene viva l’attenzione di una cerchia di potenziali candidati che stanno alla finestra. Nonostante le smentite ufficiali, i nomi di Chris Christie, Mitch Daniels, Jeb Bush e altri continuano a essere invocati da molti per salvare in un colpo solo elezioni e partito.